"Lei sta all’orizzonte: mi avvicino due passi, lei si allontana due passi. Cammino dieci passi, e l’orizzonte si allontana dieci passi più in là. Per molto che io cammini, mai la raggiungerò. A che serve l’Utopia? A questo serve: a camminare!" (Eduardo Galeano)

sabato 28 novembre 2009

CROCIFISSO - INTERVENTO CONSIGLIO COMUNALE

Vorrei fare una riflessione seria e pacata sulla questione del crocifisso, dopo i tanti ragionamenti sentiti in questi giorni sul tema. Mi incentrerò sulle tre parole chiave circolate in questi giorni: simbolo, radici cristiane e tradizione. Sì, queste parole vanno bene, ma credo che queste non bastino. Per me, persona che cerca di essere un buon cristiano, esse sono riduttive rispetto all’importanza che il crocifisso ha e che tanti scordano.

Testimonianza, non simbolo.
Il crocifisso non è un simbolo, ma rappresenta una testimonianza per la nostra società democratica. Come scordare i vari Dossetti, Lazzati, Moro, De Gasperi, che hanno avuto un ruolo centrale nella promulgazione di principi cristiani che oggi sono un valore culturale patrimonio di tutti? Discendono infatti dal pensiero di questi grandi cattolici tanti principi portanti della nostra costituzione, come il primato della persona umana, la solidarietà e la sussidiarietà. Questi sono i precisi valori che il crocifisso testimonia e che ha reso patrimonio di tutti noi italiani. Il vago richiamo al crocifisso come simbolo della nostra storia non funziona se non si lega a questi valori. Si correrebbe poi il rischio, trattando il crocifisso come mero e indefinito simbolo culturale, di normare la sua presenza nei luoghi pubblici. Essendo da tutti condiviso che l’Italia è uno stato laico, non vorrei che ci sia il crocifisso in un’aula perché lo dice la legge. Lo stato non dispone della proprietà del crocifisso, non è suo, non è la bandiera italiana o la foto del presidente della repubblica che può mettere o togliere a sua totale discrezione. Il crocifisso ci deve essere se questo esprime un sentimento condiviso e quanto meno rispettato anche dal non credente. Non ci si può rifare a leggi del 1924 e del 1927, anni in cui la presenza obbligatoria del crocifisso era utilizzata come strumento di propaganda dal partito fascista: Dio, patria, famiglia. Occorrerebbe quindi rivedere le leggi vigenti, proponendo una legge quadro che preveda norme flessibili sull’esposizione di simboli e immagini religiose nelle scuole e in tutti i luoghi pubblici, per poi affidare la sua applicazione non alle imposizioni, ma al civile confronto delle comunità interessate.

Nutrimento, non radice.
Il crocifisso non raffigura le nostre radici cristiane, ma è qualcosa di più: è uno dei nutrimenti di cui si ciba la grande pianta della nostra cultura. Mi vengono in mente le parole contenute nella lettera a Diogneto: “I cristiani né per regione, né per voce, né per costumi sono da distinguere dagli altri uomini. Infatti, non abitano città proprie, né usano un gergo che si differenzia, né conducono un genere di vita speciale. Vivendo in città greche e barbare, come a ciascuno è capitato, e adeguandosi ai costumi del luogo nel vestito, nel cibo e nel resto, testimoniano un metodo di vita sociale mirabile e indubbiamente paradossale.” Ed è proprio in queste parole la differenza tra radici e nutrimento, tra valore statico del crocifisso e stile dinamico della vita cristiana, tra l’avere e l’essere. Non conta nulla avere radici cristiane, se poi queste non si trasformano in un essere o in un comportarsi da cristiani. E’ come avere una Ferrari senza essere patentati. Posso ribadirlo tutte le volte che voglio che ho una Ferrari, ma se tanto quella rimane ferma in garage, io non ci potrò mai fare nulla e non avrà mai nessuna reale importanza nella mia quotidianità e nella mia vita. Rischiamo, secondo me, di trattare il crocifisso come questa Ferrari, lodandolo e difendendolo, ma facendolo rimanere sempre un qualcosa che è al di fuori delle decisioni che ogni giorno prendiamo, anche dentro questa aula consiliare.

Vita, non tradizione
Il crocifisso non è una tradizione, non è come il panettone che a Natale non manca mai in tavola. La croce è il simbolo per eccellenza dell’universalità dell’amore di Dio e dell’accoglienza aperta a tutti i popoli e a tutte le razze, specialmente le più diseredate. Dalla croce infatti discendono i quattro valori forti enunciati nella Dottrina Sociale della Chiesa: carità, verità, libertà e giustizia. Mi chiedo quanto questi valori siano realmente Vita per chi oggi si batte per difendere strenuamente il crocifisso sulle pareti delle aule delle nostre scuole. Non possiamo prescindere da ciò che quel crocifisso, che si difende spesso per tradizione, dice alla nostra vita. Immagino a come si affronta il problema dell’immigrazione, degli emarginati e dei poveri con cui la Chiesa sempre si è schierata e sempre si schiera, a differenza di alcuni partiti che hanno anche volantinato o manifestato in piazza in un passato recente contro la Chiesa stessa. Se questa sera sceglieremo il crocifisso, spero che lo sceglieremo perché è un qualcosa che a che fare con la nostra Vita e con la nostra esistenza personale, non con una tradizione che lascia il tempo che trova.

Termino citando Natalia Ginzburg, atea, le cui parole sono rimbalzate in più riflessioni raccolte in queste settimane di dibattito. Ella stessa diceva: “Il crocifisso non genera nessuna discriminazione. Tace. È l’immagine della rivoluzione cristiana, che ha sparso per il mondo l’idea dell’uguaglianza fra gli uomini fino ad allora assente. Perché mai dovrebbero sentirsene offesi gli scolari ebrei? Cristo non era forse un ebreo e un perseguitato morto nel martirio come milioni di ebrei nei lager? Nessuno prima di lui aveva mai detto che gli uomini sono tutti uguali e fratelli.” E ancora scrive: “Alcune parole di Cristo le pensiamo sempre, e possiamo essere laici, atei o quello che si vuole, ma fluttuano sempre nel nostro pensiero ugualmente. Ha detto “ama il prossimo come te stesso”. Erano parole già scritte nell’Antico Testamento, ma sono divenute il fondamento della rivoluzione cristiana. Sono la chiave di tutto. Sono il contrario di tutte le guerre. Il contrario degli aerei che gettano le bombe sulla gente indifesa. Il contrario degli stupri e dell’indifferenza che tanto spesso circonda le donne violentate nelle strade. Si parla tanto di pace, ma che cosa dire, a proposito della pace, oltre a queste semplici parole? Sono l’esatto contrario del modo in cui oggi siamo e viviamo”.

3 commenti:

Anonimo ha detto...

Splendido!! Bravo!
Icia

wandrian ha detto...

Grande Ugo! Bellissimo intervento! Speriamo davvero che Ferrari o no... qualcuno in più si impegni a prendere una qualche patente prima di pontificare sulle cose più disparate ;-)

bYe,
Andy

Anonimo ha detto...

Davvero profonde le riflessioni, e soprattutto molto colte.

Mi piace come sei riuscito a condensare argomenti complessi in poche semplici parole

Continua così